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INTERVIEW | Simone Micheli

Simone Micheli è nato in Toscana, a Viareggio (Lucca) nel 1964. Nel 1990 ha fondato l’omonimo Studio d’Architettura e nel 2003 la società di progettazione Simone Micheli Architectural Hero con sede a Firenze, Milano e Dubai. E’ docente presso il Poli.Design  e presso la  Scuola Politecnica di Design di Milano.

Abbiamo avuto il piacere di conoscerlo durante i Corsi Ho.Re.Ca. organizzati dal POLI.design, cogliamo a tal proposito l’occasione per ricordarvi che il prossimo luglio si terranno i nuovi corsi e per gli utenti di Simple Flair è prevista la possibilità agevolata di partecipare al solo costo d’iscrizione.

Ecco le nostre cinque domande all’Architetto.

1 – Architetto, Designer, docente e ci fermiamo qui perché ad oggi la lista potrebbe essere molto lunga. Quanto è stato importante da studente incontrare Bruno Zevi , seguirlo in treno ed avere il coraggio di presentarsi “bussando” al suo giornale?

Importantissimo. L’incontro fu casuale ma segnò profondamente la mia personalità e contribuì a definire la mia strada. Ci incontrammo alla stazione ed io lo seguì in treno. Tornavo da una sua conferenza e quando finalmente trovai il coraggio di attirare la sua attenzione, “bussando” sul giornale che stava leggendo, lui si ricordò di me e dell’intervento fatto qualche ora prima, facendomi i complimenti.

Gli chiesi di poter scrivere sulla sua L’Architettura e lui mi mise alla prova.

Iniziammo una serrata corrispondenza epistolare e dopo vari e vani tentativi finalmente arrivò il giorno in cui i miei contributi furono apprezzati ed iniziai a collaborare con la sua rivista “L’Architettura”. Avevo 23 anni.

Zevi diede in questo modo avvio alla mia avventura e trasmettendomi il suo entusiasmo per lo spazio e per la costruzione di pensieri evoluti, divenne per me un meraviglioso consigliere ed amico.

2 – Da buon toscano in alcuni casi sembra tradurre il progetto in un gioco. Si diverte con il suo lavoro?

Certo! Ogni progetto rappresenta per me  una nuova e straordinaria sfida da vincere sul campo; un centro nevralgico di emozioni, sensazioni, incontri inaspettati. Un percorso di crescita personale che conduce verso l’apertura di nuove prospettive e di realtà non ancora note.

Progettare non è il risultato di dinamiche tecniche legate tra loro dal tratto prepotente di una matita capace e preparata. Progettare è tutt’altro, è emozione, creazione, sorpresa, innovazione, amore, percezione, passione, volontà di far qualcosa di buono per un mondo magnifico.

La stessa spontaneità con cui nel gioco i partecipanti perseguono uno scopo comune, muove il team di professionisti che collaborano per la realizzazione di un nuovo progetto. Le regole da seguire non sono limiti, ma stimoli alla creatività e spunti di originalità.

Gli imprevisti e le idee inaspettate invece di fungere da deterrenti, accrescono l’adrenalina e il gradiente di soddisfazione alla riuscita.

L’atmosfera ludica del gioco avvolge la dimensione progettuale in ogni sua componente, portando con se, oltre all’impegno, alla ricerca e alla dedizione, anche una buona dose di divertimento!

 Un esempio fondamentale, direi unico, in Italia per l’importanza che attribuisce alla comunicazione. Come mai, secondo lei, sembra essere così difficile far capire ad architetti e designer l’importanza di saper comunicare il proprio progetto?

Molto spesso l’estrema specializzazione a cui un architetto o un designer giunge, permette loro di creare opere grandiose ma, contemporaneamente, di dimenticare l’importanza, o di non notare le lacune presenti in discipline affini a quella architettonica  ed altrettanto fondamentali.

Fissando senza chiudere gli occhi un solo punto può succedere di non vedere più tutto ciò che ad esso sta intorno.

Il design e’ un fenomeno sociale, strettamente legato all’ambiente da cui scaturisce e alle relazioni che gli uomini costruiscono tra loro e con l’ambiente. Dunque l’aspetto comunicativo è una parte centrale di questo processo di interrelazione.

La comunicazione di un’opera è il modo che essa ha di parlare di se, di farsi conoscere, di presentarsi al pubblico, di definire il suo ruolo nello spazio; per questo è un lato che merita ogni giorno maggiore attenzione.

Intuì l’importanza della comunicazione fin dagli esordi del mio lavoro, ponendo sempre al centro di ogni mio progetto l’uomo con i suoi sensi, le sue emozioni, i suoi sogni.  Non solo quindi l’attività comunicativa che attornia l’opera ma anche la scoperta del suo filo narrativo interno, del suo linguaggio tridimensionale, del continuo scambio di “parole” che questa intrattiene con i visitatori, trasformando i ricordi in memoria attiva ed esperienza da raccontare.

Molti progettisti per favorire l’evoluzione e la progressione del proprio fare dovrebbero staccare lo sguardo da un punto e spostarlo oltre il limite dell’orizzonte: tutto sarebbe più semplice, più chiaro.

 Firenze, Milano, Dubai sono le tre sedi della società di progettazione Simone Micheli Architectural hero. Dobbiamo dare retta alla stampa estera che ogni anno cerca di spodestare Milano dal suo podio come punto di riferimento per il design? E’ ancora l’eco del Made in Italy, quello vero, quello degli artigiani, a sostenere questa posizione o anche oggi l’Italia è un traino in grado di dettare le tendenze per il design internazionale?

Da convinto sostenitore delle capacità e dello spirito creativo italiano, non credo che un popolo possa essere spodestato così facilmente delle proprie tradizioni, della propria cultura, delle proprie virtù.

L’enorme valore del Made in Italy e del design italiano si mostra quotidianamente nelle grandiose opere di architetti, designer ed artigiani di fama internazionale, negli occhi dei turisti che affollano le vie delle nostre città e che riempiono fiere ed eventi che, nonostante ciò che la stampa estera possa affermare, restano il punto centrale per l’affermazione di nuove idee e tendenze.

Come tutti i saperi che desiderano essere d’avanguardia anche il Made in Italy deve continuamente aggiornarsi e confrontarsi con i mutamenti veloci della società.

Si evolvono le modalità espressive del Made in Italy e del design,  si confrontano e contaminano con esperienze nuove, con l’aria internazionale, con l’avanzamento della tecnologia, ma non perdono nulla della loro vera essenza, delle profonde radici che costituiscono il cuore di ogni progetto.

Milano resta il luogo simbolo del design italiano, le sue origini, le sue fondamenta, i suoi principi ispiratori vanno poi ricercati nella pazienza, nelle capacità, nella tradizione, nella storia, nel pensiero innovativo degli architetti, dei designer, degli industriali, degli artigiani che d’ogni angolo d’Italia hanno respirato la brezza e vissuto l’atmosfera.

5 – Cosa direbbe ad un team di neolaureati in architettura che hanno iniziato dalla comunicazione per arrivare alla progettazione

Come affermavo qualche riga più in alto, progettazione e comunicazione sono due campi che non possono essere separati. Ogni opera deve saper comunicare con chi la osserva e la vive. Ogni opera deve saper raccontare una storia che deriva dai suoi motivi di origine e dalla sua essenza.

Ogni opera deve far vivere al visitatore un’esperienza indimenticabile, attraverso emozioni, sensazioni, ed i valori di cui si fa portavoce.

Ogni opera ha un contenuto che deve essere percepito per far sì che la sua consistenza si manifesti.

L’uomo ha tanti linguaggi diversi attraverso cui comunicare con i suoi simili e con l’ambiente ha intorno e l’opera per essere tale deve inserirsi in questo sistema di relazioni, generandone di nuove per fissare il suo ruolo nel mondo. La mia architettura, sensoriale, si esprime attraverso emozioni, sensazioni, sogni e desideri, da questo deriva la sua grande capacità di arrivare fino al cuore delle persone.

Direi ai giovani comunicate-progettando!

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