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JAM | Burger strikes back

Correva l’anno 1996 (e io facevo prima media, ndr) e l’Italia era proprio quella lì. Quella che quando eri con gli amici e non sapevi cosa ingurgitare, la prima cosa che ti balenava per la testa era un bel piatto di aglio olio e peperoncino, o una margherita al volo.

“Italia sì, Italia no, Italia gnamme, se famo du’ spaghi?  una pizza in compagnia, una pizza da solo un totale di due pizze e l’Italia e’ questa qua. “

E proprio come gli alieni argentati da cui erano mascherati Elio e la sua band in quel lontano Sanremo, nel caso non ve ne foste ancora accorti, ecco giungere orde di popoli lontani a minare ogni più solida certezza nei gusti e nelle abitudini enogastronomiche degli abitanti del Bel Paese, che fino ad allora nessuno aveva mai osato mettere in discussione.

Abbiamo assistito quasi impotenti ma anche un po’ consenzienti a una sorta di rivoluzione che ha portato l’umile Riso a scalzare l’egemonia delle Regine Pasta & Pizza.

Per la serie che anche quelli che “Ah io il pesce crudo ma che scherzi nun me piasce. Poi me pijo pure le malattie” prima o dopo sono cascati nel tunnel di uramaki, hossomaki, nigiri, sashimi, temaki e come dice Bonolis “chi più ne ha più ne metta”.

La trovata dell’all you can eat poi, ha dato a tutti la mazzata finale, proprio come quando facevi la fatality in Mortal Kombat. Il colpo l’abbiamo accusato, è innegabile, qualcuno c’è pure rimasto sotto, ma ecco che viene fuori l’orgoglio italiano di chi prova a contrastare l’egemonia del crudo con un’altra icona del (fast) food esterofilo: sua maestà l’Hamburger.

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Si perché per come la vedo io la polpetta di carne a stelle e strisce è nello scenario attuale l’unico degno antagonista della giappo-mania. O ancora meglio, è il nuovo sushi, specie in contesti metropolitani come Milano, culla della cultura paninara degli anni ’80, quando attorno ai fast food si è plasmata una subcultura giovanile da cui siamo influenzati ancora adesso.

Oggi l’hamburger veste soprattutto i panni di cibo fashion, che vuole deliberatamente prendere le distanze dallo stereotipo di servizio offerto dagli arcinoti fast food, ormai a mio avviso relegati al ruolo di salvavita Beghelli dopo una serata provante.

Anche perché a ben vedere i prezzi del Mc e company non sono più tanto cheap, e allora tanto vale cacciare lo stesso grano o quel quid in più ma beneficiare di un plus in termini qualitativi.

Se però mi dite che non riuscite proprio a rinunciare alla sorpresa dell’Happy Meal mi rendo perfettamente conto che il mio castello di parole crolla e avete vinto voi, chapeau.

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Pur essendo un addicted della combo bun+svizzeracome la chiama mia nonna – spero mi perdonerete se non ho il metabolismo di Adam Richman e comprensibilmente non li ho ancora provati tutti sennò sarei duecento kg e scriverei da un letto a due piazze con un lenzuolone bianco a coprire le pudenda, che brutta immagine.

Ho anche stilato (senza che nessuno me l’abbia chiesto, peraltro) un mio personale diktat dell’hamburger perfetto si riassume in quattro piccole e semplici regole che possono sembrare delle ovvietà ma credetemi, fanno la differenza (sembra che sto a fà ‘na televendita):

Non intendo fare una classifica perché come diceva uno famoso “de gustibus non disputandum est” (si vede che ho fatto il liceo classico eh?) e poi su, è una roba trita e ri-trita  (qualsiasi riferimento all’omonimo locale è puramente casuale) ed il web ne è già pieno a tappo.

Ma a dirla proprio tutta fino in fondo nessun locale m’ha ancora allungato la mazzetta quindi non vedo perché dovrei scrivere che uno spacca più di un altro, anche se è ovvio che abbia le mie preferenze. Mi limiterò pertanto a citarne un paio provando a non influenzarvi più di tanto nella scelta.

Allora, Tizzy’s trasuda di States, tutta sostanza, gusto autentico e bacon degno di nota tutto condito da un’atmosfera figa (si può dire figa?). Burbee ha la figata della consegna a casa (provata e funziona alla grande), di per sé è piccolino e molto easy, sgabelli e mensole e sei in pole position. Ah, cottura rosa come piace a me e dadolata di patate al forno con tanto di buccia che ciao.

Denzel va citato se non altro perché è in via Washington (Denzel – Washington, capito?! Ah-ah, sarò il quarantesimo che fa la battuta), scherzi a parte la carne qui ha un gusto davvero particolare; Margy è il pioniere dell’hamburguesa made in Milan, fa delle patate come dio comanda e in quanto primo a mettere la bandierina conta su una schiera di integralisti che non l’abbandoneranno mai e poi mai.

Al Mercato è un bel localino tutto pipillino pipillino, pensa che c’hanno anche il foie gras se vuoi fare colpo sulla squinzia e i sides sono davvero unici e meritano un test. E la lira s’impenna!

Poi c’è Trita, piccolino anche lui, ammicca procacemente al BurgerBar ad Amsterdam (anche quello provato un mese fa, che benessere) ma decisamente più clean e senza quell’odore che poi devi portare tutto il lavanderia, tu compreso. Tavolone grosso in mezzo (che io ricordi) che mangi con chi ti capita affianco e qualche punto d’appoggio qua e là. Buona qualità e cassiera carina e simpatica, spero ci lavori ancora così ci torno di sicuro.

Adesso vi vedo, state sbavando sulla tastiera del pc coi colleghi che vi guardano male, avete uno sbrano manco fossero le quattro di mattina, e il colesterolo v’è salito a 200.

E non sapete nemmeno da quale iniziare. Non vi agitate. Con questa siete a posto http://hamap.it

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*artwork first image by Antonio PowerFrancers Goldentrash

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