ARCHITECTURE / photography / TRAVEL

SHADOWS, COLORS AND RHYTHM

Ho una lunga lista di posti da visitare, distribuiti praticamente su tutto il globo, al punto che dovrei fare un paio rivolte il giro del mondo per vederli tutti. Oggi però rimaniamo a Milano per raccontare un’architettura controversa e ben nota alla comunità internazionale, il condominio Monte Amiata progettato da Carlo Aymonino, con la collaborazione di Aldo Rossi, tra il 1967 e il 1974.

Si tratta di un complesso residenziale nel quartiere gallaratese a Milano, concepito come una microcittà utopica, disconnessa dal tessuto circostante fatto di periferia e poco altro.

Siamo entrati nel condominio di Monte Amiata una domenica ad ora di pranzo con il profumo dei pranzi in famiglia nell’aria e ci siamo persi tra passaggi coperti e scoperti, in orizzontale e verticale, lasciando che ad orientarci fossero solo i colori.

Una microcittà utopica all’interno della città

Quello che lascia senza parole è la dimensione di quello che sulla carta è solo un condominio: qualcosa come centoventimila metri quadri per più di duemila abitanti. E le distanze, assimilabili a quelle che dividono punti di una città e non di un condominio, si toccano con mano e con gli occhi quando ad attraversare una delle piazze è una persona che guardata dai gradini del teatro all’aperto sembra un pellegrino nel deserto.

Il complesso comprende cinque edifici, passaggi, corridoi, ponti, scale, ascensori e tre piazze di cui diventa teatro all’aperto. I riferimenti a l’unità d’Habitation di Le Corbusier si leggono chiari ma è altrettanto evidente il contributo di Aldo Rossi che ha progettato uno dei cinque edifici e definito da Rossi stesso “na lama che entra dentro il groviglio dell’impianto di Aymonino” con rimandi alla casa tradizionale a ballatoio.

Questa idea di città è complessa, a tratti tumultuosa, scandita da un’infilata di elementi architettonici dai colori riconoscibili diventati la caratteristica più evidente che ad un primo sguardo, si lascia scoprire attraverso una serie di edifici con altezze e profondità diverse, lunghe stecche e volumi cilindrici, percorsi coperti e grandi piazze scoperte, spazi privati e pubblici, come in un ritmo difficile da racchiudere in sole cinque righe di spartito.

Photo Credit: simple flair

DESIGN / interviews / lifestyle

5 OGGETTI DI GIULIO IACCHETTI

Una nuova rubrica, a metà tra quello che pubblichiamo di solito e quello che vogliamo fare attraverso simple flair: condividere. E non si tratta solo di social, qui condividiamo punti di vista, esperienze, cose e persone.

Abbiamo scelto di raccontare le persone attraverso gli oggetti, nello specifico 5 per ogni protagonista del mondo del progetto che si racconta con questa selezione (di qualsiasi genere, da un arredo a un libro, perché il nostro manifesto è “All is Design”).

5 oggetti di Giulio Iacchetti

Ecco i 5 oggetti di Giulio Iacchetti:

sedia box di Enzo Mari: una sedia in una shopper bag, radicale snob povera bella;

tazzina caffè illy: proporzioni perfette per un oggetto che ogni mattina ci ricorda quanto buono è un caffè servito in un contenitore minuscolo ma maiuscolo;

veralaica anello di Mangiarotti: il design al dito (al mio dito e al dito di mia moglie!);

trattopen: oggetto per scrivere perfetto minimo compagno del mio taschino da sempre;

cubica pentola di Aldo Rossi: ho anche provato a cucinare con lei, quando l’assurdo è bello e apre spiragli immensi al pensiero libero…se no che pensiero è??!

Photo Credit: Fabrizia Parisi. Graphic Design: Erika Nuzzo.

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