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G-ROUGH

Prima di entrare bisogna raccontare parte di quello che circonda il G-rough: siamo a Roma, in Piazza Pasquino, a due passi da Piazza Navona e dalle finestre la vista si apre sulla cupola di Sant’Agnese. Roma è fuori e dentro le pareti di questo design hotel: all’interno vengono mantenuti molti elementi storici, tra i soffitti originali in legno , gli intonaci e le decorazioni la città entra a far parte del presente di questo hotel attraverso i segni lasciati dal tempo.

Un ambiente informale, come si direbbe in altri casi assimilabili ad un’abitazione, ma qui sembra riduttivo associare questa descrizione al lavoro di ristrutturazione di una palazzina del 600 con pezzi di design da manuale e pezzi d’arte contemporanea realizzati appositamente per questo spazio.G-Rough-9

Il G-Rough è il risultato del lavoro congiunto di professionalità diverse: agli imprenditori Emanuele Garosci e Gabriele Salini si sono affiancati Giorgia Cerulli per il recupero architettonico, Guendalina Salini come curatrice artistica, Benedetta Salini e Vittorio Mango per la scelta del décor.

Come in un gruppo musicale ognuno ha suonato il suo strumento e la melodia finale racconta la realizzazione di un hotel nuovo in una città storica, bilanciato tra il rispetto del passato e una vocazione attualizzata in un’atmosfera elegante, dove

l’idea del lusso è del tutto italiana, espressa attraverso intonaci istoriati e  arredi firmati Giò Ponti, Ico Parisi, Guglielmo Ulrich e Silvio Cavatorta.

Al design si affianca l’arte, con opere contemporanee commissionate a più di venti artisti, tra emergenti ed affermati, disseminate in ogni spazio comune o suite come estensione naturale dell’opera architettonica all’interno della quale sono custodite.

Al piano terra gli spazi d’accesso dell’hotel includono la galleria e un wine bar a doppia altezza, il G-bar, con ambienti realizzati per aprire un nuovo palcoscenico per l’arte contemporanea, immersi in un’atmosfera stilisticamente consapevole, portatrice sana di un messaggio di conoscenza della storia senza cadere nello storicismo.

credits: Serena Eller

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